sabato 26 luglio 2008

Da "Noi che ci vogliamo così bene" (M. Serrano)

“Qui sto bene. È tutto molto grigio, in sintonia con me stessa.”
“Il vino mi avvicina alla terra: è per questo che mi piace.”
“Dove andranno a finire i sogni di tutte le signore Wilson, tutti quei sogni che non si sono avverati.”
“Non sono né bella né brutta, Né alta né bassa. Né grassa né magra. I capelli non sono né scuri né chiari. Il mio aspetto rispecchia profondamente il mio essere. Né eccentrica né invisibile. Emana da me una sorta di equilibrio. Maria direbbe che questo è maledettamente noioso. Spero che il tempo la convinca del contrario. La mia grande conquista è la serenità. E questo mi sembra già abbastanza."
"Forse mi si potrebbe accusare di essere più spettatrice che protagonista degli avvenimenti. Nel qual caso mi difendere rispondendo che i reali protagonisti nella vita sono in verità molto pochi e che la capacità di osservare – neppure quella di analizzare – oggi è molto diminuita perché tutti vogliono essere al centro. Io non sono la protagonista di queste pagine. Ci sono solo donne, tanti tipi diversi di donne. Eppure così simili, tutte; abbiamo molto in comune.”
“Ora voglio la mia indipendenza e guadagnarmi da vivere nel mondo privato, con quella libertà – e mal di testa – che dà soltanto l’essere padroni del proprio posto di lavoro. Nel mio caso, facendo ricerche, nel silenzio dei miei libri. Non cambierei l’odore della biblioteca dell’Istituto per niente al mondo.”
“D’improvviso immaginai di essere io la persona osservata, poiché succede che ciò che risalta in una persona dipende sempre dal tipo di sguardo che le indirizza l’osservatore.”
“La cosa certa è che era bella. Ma non era una bellezza né tipica né classica. Ciò che possedeva era un’aura attraente. Sì, più che bella era questo: maledettamente attraente.”
“Cercavamo di rubare la pace alla notte prima di andare a dormire. Forse eravamo stanche ma non ce ne accorgevamo. Era più importante il fatto che quel paesaggio ci stava contenendo tutte e quattro, tutte e quattro insieme.”
“Vi regalo un pensiero, ragazze, perché possiate dormire tranquille: la cosa migliore è essere assolutamente banali. Che nessuna si senta svilita perché non è stata un’eroina… essere obbligati a morire, sognando la terra cui non si fece mai più ritorno…”
“Come ho fatto a sopportare me stessa, vorrai dire. È STATA COLPA MIA. È per questo che ho chiuso il capitolo matrimonio. Perché se mi innamoro, perdo ogni dignità. Perché sono un essere umano che è stato capace di vivere quello che ha vissuto, per scelta. Mi vergogno della Sara di quegli anni: se mi è successo quello che mi è successo, è stato perché io l’ho permesso.”
“Ah, Ana, i conti non tornano mai! Ma non mi lamento. È la soluzione ideale per evitare di dipendere da qualcuno. Se d’improvviso sento che mi sto innamorando troppo di uno, mi distraggo nell’amore dell’altro e la paura passa. Dal punto di vista terapeutico può sembrare un metodo insano. Può sembrare il modo migliore per non amare. Ma a volte le terapie si confondono con la norma, si classifica come nevrosi quello che non trova riscontro nelle categorie stabilite. Io so che amo tutti e due, non esiste psichiatra in grado di convincermi del contrario. Ho paura della simbiosi, Ana, e non mi viene in mente un altro modo per combatterla.”
“Come la penna per il poeta e il pennello per il pittore, così era l’amore per Maria. Lei stessa racconta in modo divertente di aver avuto mille amori nella sua vita e tutti, anche quelli che erano durati quattro giorni, erano stati totali.”
“La proiezione di nuove situazioni, l’intuizione di nuovi incontri e una specie di strana speranza inondavano Maria ogni volta che si affacciava a uno scenario ignoto, come se attraverso ambienti sconosciuti potesse ricostituirsi e sentirsi reale.”
“Sara si accese una sigaretta e fissò lo sguardo nell’acqua verde. Era il tramonto, la nostra ora preferita per portare a spasso l’anima a prendere un po’ d’aria. Eravamo sulla veranda, Isabel si spazzolava i capelli, Maria si limava le unghie e io, con una pinzetta, mi sfoltivo le sopracciglia. Mi ha sempre divertito molto la contraddizione tipica delle donne tra l’occupazione manuale del momento e i loro pensieri. Sarà perché dobbiamo pensare sempre alle cose importanti mentre siamo sommerse in fatti insignificanti?”
“Tutti vennero frenati e ritardarono così la scoperta dell’unica verità: quella della nostra radicale solitudine. Si nasce da soli, si muore da soli. Si È soli.”
“Sappiamo che l’amore finisce, Ana. Perché ci inventiamo tante storie? Le proiezioni verso il futuro sono soltanto una forma di esorcismo. Sappiamo che ogni relazione muore. Tu dici che si trasforma. Certo, in quella cosa tiepida, blanda e accondiscendente? Che energia c’è in tutto questo? Si sa che la passione non è eterna. Si sa che dietro una relazione simbiotica si cela soltanto il terrore della solitudine.”
“Gli spiegò la teoria che le storie d’amore che nascono subito dopo una separazione finiscono sempre male. Che se non si passa un periodo determinato di elaborazione, se non si pulisce il cuore, la nuova coppia ne paga le conseguenze.”
“Non esiste una vita trasparente, Ana. Ogni donna ha un segreto, pur piccino che sia. Tutte ne hanno almeno uno.”
“Il dolore è mal ripartito – dice Sara. Fa bene, a volte, sentirsi male, Isabel – la consola Maria – Sono epoche ponte in cui si cambia orbita.”
“Maria soffre. Maria è stata ferita. Le è difficile respirare, in quel momento le è difficile sentirsi viva. È successo che a Maria hanno strappato un pezzo di cuore.”
“Il problema, Ana, è che il calore assopisce. L’inverno rigido, quello di fuori e quello dell’anima, invoca disperatamente protezione. E solo il calore può proteggere. Ma al contempo ti avvolge. Ed è pericoloso. L’abbraccio caldo ti stordisce. Riduce l’attenzione vigile. Ti abbandoni al sonno, alla convinzione che ti trovi bene in quel sonno perché non sei riuscita a scacciare il fantasma del freddo. E si resta così. Come si fa a non confondere la serenità con uno schifoso conformismo? Sto bene… con il fuoco e la lana… non aprirò a nessuno. Non mi muoverò, lascerò che tutto mi scivoli a fianco. Così posso continuare a svuotarmi.”
“Si domanda in che momenti i segnali dell’elasticità dell’anima che cresce in modo salutare si confondono con i segnali di una persona che sta perdendo il controllo. Non è a suo agio con se stessa. Guarda la gente per strada, i vecchi guardano al passato, i giovani al futuro? Lei dove deve guardare?”
“Uno dopo l’altro tutti gli specchi si frantumano. Maria non sa più dove guardarsi. È rimasta senza nulla in cui riflettersi, un Narciso senz’acqua.”
“Nell’affanno di immobilizzare l’affetto altrui si è dimenticata di immobilizzare il proprio. […] Ha prestato attenzione ai sentimenti dell’altro, non ha sentito se stessa. […] Per accendere passioni negli altri, ha spento se stessa. E ora non sa cosa farsene di tutta questa desolazione.”
“Poverina, la mia Maria. La sacerdotessa dell’amore: la sua volontà e il suo officio nella vita furono quelli di custodire il segreto del tempio. Ma il tempio era vuoto.”
“Le diagnosi sono confuse. Isterica, narcisista, autodistruttiva. Non è forse così la metà del genere umano? E sono forse tutti ricoverati? […] Dicono che sono fredda. […] Dicono che era arrivato un principe azzurro, che ha tentato di salvarmi e che io non gliel’ho permesso. Dicono che il mio peccato grave è che sono incapace di amare.”
“Sara e io eravamo piene di energia e il sud, con la sua natura, aiutò a trasmetterla. È stata la vita quotidiana che ci ha permesso di farlo. Il pane che usciva caldo dal forno ogni mattina. Il vino, color delle ciliegie, che ci iniettava ciò che non scorre nelle vene degli avari che per anni si sono privati di vino e di calore. È stato il legno di rovere rosa del tavolo che ci vedeva riunite, lì attorno, tre volte al giorno, offrendoci cibo. È stata la quarta sinfonia di Brahms che ci ha svegliato tante mattine. Sono state le ventate di nostalgia quando il braciere di carbone brillava vicino alle zampe a testa di leone della vasca, mentre aspettavamo il nostro turno per fare il bagno. Sono stati gli specchi grandi degli armadi quando posavamo da sole o a coppe. Sono stati i sogni tra le lenzuola, tra i colori amaranto e verde oliva, tra i profili di raso. Sono stati pomeriggi in cucina in cui, guardando la pioggia, ringraziavamo il cielo della nostra amicizia. È stato quel tramonto quando il lago diventò grigio e in spiaggia Maria abbracciò Isabel, prendendola per le spalle, costringendola a dirlo. Invochiamo Emily Dickinson: bring me the sunset in a cup. Portami il tramonto in una tazza. È vero, erano passati dieci anni ed eravamo ancora lì, tutte e quattro, sempre noi quattro. Più grandi, più vecchie, più ferite, più sagge. E il lago, a farci da testimone. Di cosa? Non lo so… di tutto. Racconti, discussioni, lacrime, risa. Chiusure. Di fasi? Di decadi? Maria mi avrebbe risposto: - Sintetizza, Ana: d’amore”.
“La mia conclusione, Ana, è che l’amore è l’unica cosa veramente importante al mondo.”
Sono scesa agli inferi per riuscire a scriverti queste frasi d’amore. E sono risalita distrutta ma sicura. Basta con i viaggi all’estero, il mondo, tutta la vita che non sia tu. Questi periodi nel vortice, senza un uomo al fianc, fanno bene e male, amore mio. Sono sufficientemente pazza e saggia. Ti amo oltre ogni limite. Torna, Ignacio!
“Alla fine, Ana - mi dice con voce molto tranquilla, - il nostro compito, il compito di noi donne, è quello di dare alla luce i figli e di chiudere gli occhi a chi muore, Esattamente i due passi chiave dell’esistenza. Come se la storia in realtà dipendesse dalle nostre mani.”
“Chiudi bene la porta, Ana. Il mondo sa essere così freddo là fuori.”

lunedì 14 luglio 2008

Da "Firmino" (S. Savage)

"Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo."
"Guardatelo il Cavaliere dalla Trista Figura: fatuo, cocciuto, clownesco, ingenuo sino alla cecità, idealista sino al grottesco - e chi è costui se non la sintesi di me stesso? La verità è che non sono mai stato a posto con la testa. Solo, non combatto contro i mulini a vento. Faccio di peggio: sogno di combattere contro il mulini a vento, muoio dalla voglia di combattere contro i mulini a vento. [...] Cosa cambia in fin dei conti? Una causa senza speranza è solo e soltanto una causa senza speranza, punto."
"Ora, maltrattato e frastornato dalla vita, ripenso all'infanzia sperando di trovarvi una qualche conferma del mio valore, un qualche segno che io ero destinato, almeno per un certo periodo, a essere tutt'altro che un dilettante e un buffone, e che, se ho fallito, ciò è accaduto per un'ineluttabile circostanza e non per mia inadeguatezza."
"In questo senso, somigliava a un libro: attraverso di essa potevi indagare mondi che non erano tuoi."
"Se c'è un merito da riconoscere alla letteratura è che infonde un senso di fatalità. Niente, più di una vivida immaginazione, riesce a privare una persona del suo coraggio."
"E' mai possibile che io, a dispetto della apparenze tutt'altro che promettenti, abbia un Destino? E con ciò, intendo quel genere di cose che succedono alle persone nelle storie, dove gli accadimenti di cui è fatta una vita, per quanto vorticosi e ribollenti possano essere, infine sono sempre una manifestazione, in quel loro stesso vorticare e ribollire, di un preciso disegno. Le vite, nelle storie, hanno sempre un significato e un fine."
"Riuscii a conversare con tutti i Grandi. Dostoevskij e Strindberg, per esempio. Subito riconobbi in loro dei compagni di strada afflitti, isterici come me. E da loro appresi un insegnamento prezioso: per quanto piccolo e insignificante tu possa essere, nulla vieta che la tua follia sia tra le più grandi."
"Rido per non piangere. Cosa che, naturalmente, non mi è possibile fare... Come ridere, d'altro canto, se non nella mia testa, dove quel riso è più doloroso delle lacrime."
"Compresi che l'intensità del dolore, com'è ovvio, era direttamente proporzionale alla mia smisurata vanità."
"Adesso lo capisco, quanto fosse contraddittoria la sua indole. Ma a quei tempi le uniche contraddizioni che sapevo riconoscere erano le mie."
"L'amore non corrisposto fa male, ma l'amore che non può essere corrisposto riesce davvero a buttarti giù."
"Mi veniva da piangere. Così vicino al nome di Jerry misi le parole ANIMA GEMELLA e SOLITUDINE. Adesso capivo come quel cestino di fili metallici intrecciati sistemato sul davanti della bicicletta gli servisse proprio per trasportare in giro la sua immensa disperazione e come quell'occhio spostato tutto da una parte se ne stesse imperterrito a fissare il nulla di cui era fatta l'esistenza umana, e l'infinitezza di tempo e di spazio."
"Non sono mai stato a posto con la testa, ma non sono pazzo. Inarcate pure un sopracciglio, inarcateli pure entrambi ma rimane assodato il fatto che una cosa è sognare a occhi aperti e ingannare se stessi, tutt'altra cosa è avere una rotella mancante. E non è possibile che un tipo come me sia pazzo senza saperlo."
"[...]Quando cioè mi dedico a quel che io chiamo "sognare", prendendo tutta la roba insensata di cui è fatta la vita e dandole un inizio, uno sviluppo e una fine."
"E' interessante come le illusioni non finiscano mai. [...] La vita è breve ma c'è sempre qualcosa da imparare prima di tirare le cuoia. Una delle cose che ho notato è come gli estremi finiscano per fondersi. Immenso amore diventa immenso odio, la tranquillità della pace si trasforma nel clamore di guerra, il tedio più sconfinato dà origine a smisurata eccitazione."
"Sotto il profilo psicologico, ubriacarsi è di gran lunga più utile di quanto la gente non creda."
"Se si è soli, penso che aiuti essere un po' pazzi, purché non si esageri."
"Si vedevano immagini di treni carichi di gente affamata che stendeva le braccia scarne fuori dalle sbarre dei carri bestiame, cataste di cadaveri emaciati - le facce da ratti. E Jerry disse che quelle immagini lo facevano vergognare di essere uomo. Concetto che per me era nuovo."
"Be' ecco il perché: la differenza tra assumere una maschera, che è sempre occasione di libertà, e averla imposta è la stessa che intercorre tra un rifugio e una prigione."
"Penso sempre che ogni cosa durerà in eterno, ma non è mai così. In realtà, niente esiste per più di un istante, tranne ciò che custodiamo nella memoria."
"Suonavo e pensavo a Mamma, che era scomparsa, a Norman, che non era riuscito ad esistere, e pensavo sempre a Jerry, che aveva smesso di esistere, e anche a me stesso, certo, quel me stesso che non era sicuro di voler esistere. Mi resi conto che non avevo mai saputo, prima d'allora cosa fosse davvero la solitudine."
"Quando piove, il cuore piange." (Verlaine).
"Ciascuno è nemico di se stesso, Firmino. Dovresti saperlo ormai."
"E in conformità a quanto precedentemente asserito, il Ratto Firmino, abusivo, girovago, parassita, saccente, guardone, roditore di libri, sognatore ridicolo, mentitore, parolaio e pervertito, con il presente documento, è sfrattato da questo pianeta."
"Era tempo di andare. Jerry era solito dire che se uno non desiderava tornare a rivivere la propria vita, allora l'aveva sprecata. Non saprei dire. Anche se mi considero fortunato di aver vissuto la vita nel modo in cui l'ho vissuta, non mi piacerebbe essere così fortunato due volte."

lunedì 16 giugno 2008

Da "Ti ricordi di me?" (S. Kinsella)

"La luce del mattino filtra tra le veneziane; sono sveglia da un po' ma rimango ancora a letto. Inspiro ed espiro con regolarità fissando il soffitto. Secondo la mia teoria, se sto sdraiata tranquilla, la tempesta nella mia mente forse si calmerà e tutto tornerà a posto. Fino a questo momento, sembra un po' una teoria di merda."
"Persino qui, nel mio rifugio più intimo, è tutto ordinato e sterile: una sorta di 'nientità'. Dov'è il casino? Dov'è finita la mia roba? Le lettere, le foto? Dove sono finite tutte le mie cinture con le borchie, e i rossetti che regalano quelle riviste pidocchiose? Dove... dove sono io?"
"Ogni volta che mi guardo allo specchio mi riconosco solo a scoppio ritardato."
"Perché, se ti arrendi, poi non sai se ci saresti mai riuscita."
"So solo che ho voglia di raggomitolarmi sotto una trapunta e far finta che il mondo non esista. Non c'è niente in questa nuova vita che io riesca ad accettare."

sabato 7 giugno 2008

Da "Gomorra" (R.Saviano)

"Quando tutto ciò che è possibile è stato fatto, quando talento, bravura, maestria, impegno vengono fusi in un'azione, in una prassi, quando tutto questo non serve a mutare nulla, allora viene voglia di stendersi a pancia sotto sul nulla, nel nulla. Sparire lentamente, farsi passare i minuti sopra, affondarci dentro come fossero sabbie mobili. Smettere di fare qualsiasi cosa. E tirare, tirare a respirare. Nient'altro.[...] Perché quando qualcuno conosce una cosa solo nel perimetro della propria carne e del proprio cranio è come se non la sapesse. E così il lavoro quando serve solo a galleggiare, a sopravvivvere, solo a se stessi, allora è la peggiore delle solitudini. [...] Sono sicuro che Pasquale, da solo, qualche volta, magari quando ha finito di mangiare, quando a casa i bambini si sono addormentati sfiancati dal gioco a pancia sotto sul divano, quando la moglie prima di lavare i piatti si mette al telefono con la madre, proprio in quel momento gli viene in mente di aprire il portafogli e fissare quella pagina di giornale. E sono sicuro che, guardando quel capolavoro che ha creato con le sue mani, Pasquale è felice. Una felicità rabbiosa. Ma questo non lo saprà mai nessuno."
"Ti senti gonfio come dopo una mangiata o una bevuta di pessimo vino. Una paura che non esplode nei manifesti per strada o sui quotidiani. Non ci sono invasioni o cieli coperti di aerei, è una guerra che ti senti dentro. Quasi come una fobia. Non sai se mostrare la paura invece di nasconderla. Non riesci a comprendere se stai esagerando o sottovalutando. [...] E ci si sente intrappolati, spalla a spalla, trovando insopportabile il calore dell'altro."
"Mentre mi allontanavo, mentre portavano via Attilio Romanò, iniziai a capire. A capire perché non c'è momento in cui mia madre non mi guardi con preoccupazione, non comprendendo perché non me ne vado, perché non fuggo via, perché continuo a vivere in questi luoghi d'inferno."
"Quella notte Secondigliano era silenziosa e stremata, Senza giornalisti ed elicotteri. Senza vedette e pali. Un silenzio che faceva venire voglia di dormire, come di pomeriggio sulla sabbia ì con le braccia intrecciate sotto la nuca non pensando più a niente."
"Qui però non esiste attimo in cui il mestiere di vivere non appaia una condanna all'ergastolo, una pena da scontare attraverso un'esistenza brada, identica, veloce, feroce."
" - Robbe', cos'è un uomo senza laurea e con la pistola?
- Uno stronzo con la pistola...
- Bravo. Cos'è un uomo con la laurea e senza la pistola?
- Uno stronzo con la laurea...
- Bravo. Cos'è un uomo con la laurea e con la pistola?à
- Un uomo, papà!
- Bravo Robertino."
" - Li vedi quelli. Sono loro che comandano veramente. Sono loro che decidono tutto! C'è chi comanda le parole e chi comanda le cose. Tu devi capire chi comanda le cose e fingere di credere a chi comanda le parole. Ma devi sempre sapere la verità in corpo a te. Comanda veramente solo chi comanda le cose."
"Scegliere di salvare chi deve morire significa voler condividerne la sorte, perché qui con la volontà non si muta nulla. Non è una decisione che riesce a portarti via da un problema, non è una presa di coscienza, un pensiero, una scelta, che davvero riescono a darti la sensazione di star agendo nel migliore dei modi. Qualunque sia la cosa da fare, sarà quella sbagliata per qualche motivo. Questa è la vera solitudine."
"La vita ti chiede sempre ciò che sei capace di affrontare."
"Un posto dove fosse ancora possibile riflettere senza vergogna sulla possibilità della parola.La possibilità di scrivere dei meccanismi del potere, al di là delle storie, oltre i dettagli. Riflettere se era ancora possibile fare i nomi, a uno a uno, indicare i visi, spogliare i corpi dei reati e renderli elementi dell'architettura dell'autorità. Se era ancora possibile inseguire come porci da tartufo le dinamiche del reale, l'affermazione dei poteri, senza metafore, senza mediazioni, con la sola lama della scrittura."
"Io so e ho le prove. [...] E la verità della parola non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova. E non deve trascinare controprove e imbastire istruttorie. Osserva, soppesa, guarda, ascolta. Sa. Non condanna in nessun gabbio e i testimoni non ritrattano. Nessuno si pente. Io so e ho le prove. [...] Le prove sono inconfutabili perché parziali, riprese con le iridi, raccontate con le parole e temprate con le emozioni rimbalzate su ferri e legni. Io vedo, trasento, guardo parlo, e così testimonio, brutta parola che ancora può valere quando sussura: - E' falso - all'orecchio di chi ascolta le cantilene a rima baciata dei meccanismi di potere. La verità è parziale, in fondo se fosse riducibile a formula oggettiva sarebbe chimica. Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di queste verità."
"Io so e ho le prove. Non faccio prigionieri."
"Don Peppino scavò un percorso nella crosta della parola, erose dalle cave della sintassi la potenza che la parola pubblica, pronunciata chiaramente, poteva ancora concedere. Non ebbe l'indolenza intellettuale di chi crede che la parola ormai abbia esaurito ogni sua risorsa che risulta capace solo di rimepire gl spazi tra un timpano e un altro. La parola come concretezza, materia aggregata di atomi per intervenire sui meccanismi delle cose, come malta per costruire, come punta di piccone. Don Peppino cercava una parola necessaria come secchiata d'acqua sugli sguardi imbrattati."
"Qui tutto ciò che fai rimane nel perimetro degli spazi ristretti, nella condivisione dei pochi. E' proprio in questa solitudine credo, che si foggia quello che potrebbe chiamarsi coraggio, una sorta di panoplia a cui non pensi, te la porti addosso senza rendertene conto. Vai avanti, fai quello che devi fare, il resto non vale nulla. perché la minaccia non è sempre una pallottola tra gli occhi o i quintali di merda di bufala che ti scaricano fuori la porta di casa. Ti sfogliano lentamente. Una foglia al giorno, fin quando ti trovi nudo e solo a credere che stai combattendo con qualcosa che non esiste, che è un delirio del tuo cervello. Inizi a credere alle calunnie che ti indicano come un insoddisfatto che se la prende con chi è riuscito e per frustrazione li chiama camorristi. Giocano con te come con lo shangai. Tolgono tutte le bacchette di legno senza farti muovere, così alla fine rimani da solo e la solitudine ti trascina per i capelli. E' uno stato d'animo che qui non ti puoi permettere. E' un rischio, abbassi la guardia, non riesci più a comprendere i meccanismi, i simboli, le scelte. Rischi di non accorgerti più di niente. E allora devi dare fondo a tutte le tue risorse. Devi trovare qualcosa che carburi lo stomaco dell'anima per andare avanti. Cristo, Buddha, l'impegno civile, la morale, il marxismo, l'orgoglio l'anarchismo, la lotta la crimine, la pulizia, la rabbia costante e perenne, il meridionalismo. Qualcosa. Non una gancio cui appendersi. Piuttosto una radice sotto terra, inattaccabile. Nell'inutile battaglia in cui sei certo di ricoprire il ruolo di sconfitto, c'è qualcosa che devi preservare e sapere. Devi essere certo che si rafforzerà grazie allo spreco del tuo impegno che ha il sapore della follia e dell'ossessione. Quella radice a fittone che si incunea nel terreno ho imparato a riconoscerla negli sguardi di chi ha deciso di fissare in volto certi poteri."
"Chiudersi, diventare silenzioso, quasi muto, una volontà di scappare dentro di sé e smettere di sapere, di capire, di fare. Smettere di resistere, una scelta di eremitaggio presa un momento prima di sciogliersi nei compromessi dell'esistente."
" - Mi manda chi a vita va po' ddà e va po' pure llevà!"
"Non sono mai riuscito a sentirmi distante, abbastanza distante da dove sono nato, lontano dai comportamenti delle persone che odiavo, realmente diverso dalle dinamiche feroci che schiacciavano vite e desideri. Nascer ein certi luoghi significa essere come il cucciolo del cane da caccia che nasce già con l'odore di lepre nel naso. Contro ogni volontà, dietro la lepre ci corri lo stesso: anche se poi, dopo averla raggiunta,, puoi lasciarla scappare serrando i canini. E io riuscivo a capire i tracciati, le strade, i sentieri, con ossessione incansapevole, con una capacità maledetta di capire sino in fondo i territori di conquista."
"Sapere, capire diviene una necessità. L'unica possibile per considerarsi ancora uomini degni di respirare."
"Era un pensiero ridicolo, ma in alcuni momenti non c'è altro da fare che assecondare i tuoi deliri come qualcosa che non scegli, come qualcosa che subisci e basta. Avevo voglia di urlare, volevo gridare, volevo stracciarmi i polmoni, come Papillon, con tutta la forza dello stomaco, spaccandomi la trachea, con tutta la voce che la gola poteva ancora pompare: - MALEDETTI BASTARDI, SONO ANCORA VIVO!"